Una giornata al campo Rom con pasta phyllo

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Allora: io sono convinto che il miglior pregio mio e di Biljana sia proprio l’incoerenza. Proprio perché siamo incoerenti riprendiamo le attività del blog, per raccontarvi di una giornata particolare.

Dovete sapere che in questi mesi sto conducendo, insieme ad alcuni colleghi dell’università di Palermo, una ricerca molto impegnativa sull’identità e sui luoghi di socializzazione della città.

Perciò, stiamo effettuando, fra le altre cose, anche interviste a persone che in qualche modo possono aiutarci a capire come i gruppi cui essi fanno riferimento si appropriano degli spazi che frequentano.

Oggi era il turno del rappresentante della comunità rom kosovara dei residenti al campo nomadi della favorita.

Abbiamo così conosciuto Hasan e sua moglie, che ci hanno raccontato per due ore la loro storia. Diciamo subito che l’intervista dal punto di vista della ricerca è stata un vero e proprio fallimento: è stato impossibile convincere i nostri amici a parlare della loro città (ci vivono dall’89!) dal punto di vista della loro vita quotidiana. Per loro, in quanto gadjos, dovevamo per forza essere interessati alla loro condizione dal punto di vista delle carte bollate e dei “servizi minimi” che l’amministrazione come da copione non fornisce. Il nostro sguardo su di loro non poteva essere altro che quello dei “progettisti”, pronti a progettare l’ennesimo intervento in nome dei diritti umani e delle carte bollate.

Non c’è stato verso di far loro capire che non eravamo interessati alla loro condizione, alla loro specialità e che invece li stavamo interrogando come soggetti della città, non per salvare loro ma per intervenire sulla città, per salvare (o quantomeno curare) Palermo! Domande come “qual è il posto che più ami di Palermo?”, immaginerete allora, non erano contemplate nella carpetta colma di documenti che avevano preparato per noi.

Sono contento di essere stato, insieme ai miei colleghi, il primo gadjo entrato al campo ad averglielo chiesto. E spero di non essere l’ultimo.

Parallelamente al lavoro, abbiamo anche avuto modo di socializzare: li ho avvertiti che di lì a poco sarei andato a Skopje per festeggiare la mia svadba nel paese natale di mia moglie, entrando di diritto nel privilegiato club di quelli che “acquistano” la propria consorte, ho tentato di vendergli la mia opel omega che giace immota sotto casa, li ho avvertiti della dipartita di Šaban e gli ho pure accennato djelem djelem in memoriam. Il tutto, dopo aver sfoderato quelle quattro parole di romané che conosco (destando meraviglia!), cantato le lodi di Šutka e ovviamente di tutte le prelibatezze balcaniche.

Pasta phyllo

Insomma, alla fine credo proprio essermi meritato la mia prima confezione di pasta sfoglia phyllo per fare il burek.

Morale: se mai doveste entrare in crisi di astinenza di roba balcanica, potete andare al campo nomadi più vicino, una busta di vegeta, di spezie per le chofte, di sfoglia per il burek potete di sicuro comperarla lì.

Benritrovati!